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MERCATI E SCENARI

Dalla produzione del sistema-paese alla meta-economia

Il mondo futuro sarà caratterizzato dalla condivisione delle risorse e delle conoscenze, secondo un modello dove si imporrà la convivenza tra competizione e collaborazione
di Redazione FBR

"In atto non c’è solo un cambiamento epocale e la transizione del baricentro degli affari dall’Occidente a Oriente. Stiamo attraverso un periodo critico anche sotto l’aspetto delle funzioni di mercato e delle relazioni tra gli operatori". Parola di Charles M. Vest, il presidente emerito del Mit e già presidente dell’Accademia nazionale di ingegneria negli Stati Uniti, che ha accettato di parlare con la redazione di FBR "dell'attuale tendenza verso una nuova dimensione dove il mondo e le imprese sono sempre più interconnessi. Nel mondo attuale, infatti, condividiamo tutto come mai è accaduto in passato: ambiente, sfide, risorse, conoscenza, umanità. Grazie alle nuove tecnologie il mondo è un network di competenze che ci impone di svolgere contemporaneamente due funzioni che sono come lo ying e lo yang nell’antica filosofia cinese. Le due forze attuali che si intrecciano nella nostra vita sono la competizione e la cooperazione”.


Quindi, presidente Vest, alla luce di queste tendenze in atto, come si viene a modificare il modello economico delle nostre società, che comunque, se si osservano i vari continenti, appaiono ancora piuttosto diverse tra loro?
Diciamo che le differenze esistono, ma si stanno assottigliando. Il fattore che più di ogni altro aiuta a ridurre le distanze è caratterizzato dalla crescita economica, che riguarda e coinvolge da diversi anni aree del pianeta che erano state tenute fuori dallo sviluppo del pianeta. Dal 1960 al 2000 il tasso di crescita dell’Estremo Oriente è stato mediamente del 6%, esattamente il doppio rispetto alla media degli altri paesi emergenti e il triplo rispetto alla media del continente africano e del Sud-America. Dal 2000 in poi hanno preso vigore gli investimenti in ricerca e sviluppo in tutte le maggiori aree geografiche e produttive. Solo l’Africa è al momento ancora indietro, con risorse quasi nulle dedicate all’innovazione. Di fatto, un terzo degli investimenti in Ricerca e Sviluppo impatta l’America intera, un terzo l’Europa e un altro terzo l’Asia. Per questa ragione penso e dico che in questa fase stiamo vivendo un nuovo equilibrio.


Suppongo che lei non consideri però questo stadio come quello finale..
No certamente, anche perché ci sono diversità di investimenti e, qui sì, le differenze si fanno in parte sentire. La Cina, ad esempio, investe maggiormente in engineering e attività di processo produttivo, la Cina invece è decisamente più spostata su finanza e servizi, mentre negli Stati Uniti viene privilegiato il canale delle scienze della vita e delle comunicazioni. La competitività è forte nelle singole aree e i competitors sono numerosi e sparsi nel mondo. Ma ogni sistema paese cerca di farsi largo in reparti considerati più promettenti. In questo quadro le parti verranno a giocare un ruolo di reciproca relazione di competitività e di collaborazione, appunto.


Quali passi futuri saranno più prevedibili di altri?
Diciamo che dobbiamo rispondere a questa domanda utilizzando parametri che ci vengono dati in prestito dalle scienze cognitive, più che da quelle economiche. Dallo sviluppo della conoscenza siamo passati alla affermazione delle epistemologie, che ora condividiamo e intrecciamo a livello di diversi centri di ricerca e di studio sparsi sul pianeta. Dopo questo passo, che è basato soprattutto sulla circolazione dei saperi, non potrà che esserci una fase di integrazione e irrobustimento della condivisione. L’intelligenza della società futura sarà collettiva. La domanda a questo punto si traduce in un’altra questione: come potranno mai le persone e i computer collegarsi tra loro in maniera collettiva e renderci tutti più capaci rispetto al passato?


Benissimo, e lei cosa risponde?
Rispondo, forse con una tautologia, ma è così, che dobbiamo imparare a sviluppare questa intelligenza collettiva, con lo sviluppo di quattro metodologie, basate sull’acquisizione della conoscenza, l’insegnamento, la ricerca e soprattutto l’esperienza, perché solo quest’ultima è in grado di dare opportunità di scambio reciproco tra le varie parti del mondo. Intendo per esperienza la possibilità concreta che non solo gli studenti, ma anche i professori e i ricercatori, si rechino all’estero per affinare competenze e relazioni. Dallo scambio di idee e dei punti di vista tra i popoli nascono interpretazioni e metodi che vanno a innovare il panorama delle conoscenze complessivamente acquisite. In questo modo l’architettura sociale si arricchisce di protagonisti e di idee, in grado di suscitare l’interesse degli investitori e dei governi, che sono poi coloro che decidono come impostare lo sviluppo dell’economia. Le università e le loro reciproche relazioni sono il vero fattore di globalizzazione culturale e scientifica. Le tecnologie sono e saranno solo un supporto a questa visione.


Come si potrà chiamare la prossima fase post-industriale che si sta avvicinando?
Non è facile definire un ciclo economico che deve ancora nascere. Dal mio punto di vista potrei suggerire che, almeno nel mondo universitario, che era basato fino a qualche anno fa sulle scuole di pensiero dei singoli college, sta migrando verso un modello che si potrebbe definire invece meta-universitario. Grazie alle nuove tecnologie la Meta-Università verso la quale stiamo procedendo trascende le singole e originali competenze di ogni accademia per tramutarsi in un organismo sovra-strutturale, trascendente, accessibile, condiviso e a portata di tutti. Per intenderci, i campus e i college non saranno mai soppiantati, ma perderanno la loro forza prescrittiva nei confronti dei loro studenti, che avranno la consapevolezza di poter condividere un mondo più ampio. Credo che anche il modello economico e finanziario del futuro possa adeguarsi a questa nuova impostazione. Almeno così mi auguro.
 

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